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Read Ebook: Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano by Casini Tommaso Annotator Uccellini Primo

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Ebook has 1000 lines and 92316 words, and 20 pages

--Io le ho espresso il v?to di suo padre; del resto faccia ci? che meglio le conviene.--E se n'and?, n? pi? lo vidi a comparire.

La sera dopo intesi aprire il camerotto a destra attiguo al mio, gi? vuoto dappoi alcune settimane, e v'introdussero un nuovo pollastro. Tosto la curiosit? mi spinse di sapere chi fosse, e dalla finestra con voce bassa gli dissi il mio nome e gli chiesi del suo. Senza esitare mi rispose:

--Sono Gaetano Bianchini.--E qui saluti e domande senza fine; poi trascorsa circa un'ora mi chiam? e mi disse:--Desidero di avere da te un consiglio.

--Parla pure.

--Mi eccitano ad una rinuncia, come mi devo contenere?

--Credo che la sola propria coscienza possa suggerire una retta risoluzione. Se tu mi chiedi cosa farei io nel tuo caso, ti dico apertamente che non emetterei rinuncia di sorta alcuna anche se fossi sicuro d'incorrere in qualche pena.

Qui il colloquio cess?, perch? m'accorsi che la sentinella ci origliava e v'era pericolo di esser messo alla catena nei sotterranei del monastero. Verso mezzanotte il Bianchini fu tratto di carcere e non vi rientr? pi?--ci? prova che aveva aderito all'invito fattogli--cosicch? restai isolato, mentre i due camerotti da destra e sinistra erano vuoti. Quello di sinistra fu occupato per qualche tempo da Antonio Spada, uno dei compromessi nel fatto di Rivarola, e che scamp? dal supplizio esponendo le cose come avvennero. La sua confessione indic? i veri colpevoli e scolp? tanti degni cittadini che il dottor Mazzoni aveva aggravati di gravissimi delitti. Lo Spada ebbe lo sfratto dal paese e riparler? di lui pi? tardi, quando gli fui compagno nell'esilio. Durante che l'ebbi vicino non mi riusc? mai di avere una risposta alle domande che gli diressi. Lo riconobbi dalle cantilene che sapeva tanto bene modulare.

Erano undici mesi ormai dacch? mi tenevano seppellito in quel tugurio, umido e micidiale, e nessuno davasi cura di me. Gi? dappoi la esecuzione de' miei cinque compagni di carcere, avevo perduto l'appetito n? era stato pi? capace di riacquistarlo, onde fui obbligato di scrivere ai miei di casa che cessassero d'inviarmi oggetti mangiativi. Il pane che lo stabilimento mi forniva--quattro baiocchi al giorno--dapprima mi spariva dinanzi agli occhi senza che me ne accorgessi, poscia mi rimanevano dei grossi pezzi che venivano raccolti dai carabinieri pei loro cavalli. Insomma, corroso da quell'aria mefitica, senza un respiro d'aria buona, senza un'ora di movimento, mi sentiva venir meno la vita ad ogni istante; tutti i camerotti erano sgombri, a me solo non si pensava; null'ostante a ci?, mai un lamento, mai un ricorso. Risolsi entrando di essere passivo apatista in tutta la forza del termine; risoluzione che seppi conservare, come si vedr? nel seguito del racconto, nelle altre carceri. Che fa il detenuto allorch? si inquieta? fa gioire coloro che lo rinchiusero, perch? il loro desiderio ? che soffra. Invece tenendosi indifferente mostra di essere d'animo forte e d'illibata coscienza e superiore a tutte le angherie che gli possono usare.

Dopo le novit? sorte in Francia si proib? di ricevere chicchessia nel forte d'Imola; e poco dopo il conte Eduardo Fabbri e l'avvocato Franceschelli Carrozza vennero traslocati nel forte di Civita Castellana; ed io fui graziato dei pochi mesi che dovevo scontare a compimento dei tre anni di detenzione addossatimi .

Intanto i liberali, malgrado la defezione del duca di Modena, insorsero colla speranza che il principio del non intervento fosse sacro e rispettato da chi lo aveva annunziato. In Modena vi fu un serio conflitto tra i soldati estensi e i patrioti, vari dei quali rimasero prigionieri del Duca, e fra questi il Menotti; e quando videsi obbligato a rifuggirsi in Mantova per i moti di Bologna, li condusse seco in pegno della presente sua sicurezza e per oggetto di futura vendetta. Negli altri paesi la rivoluzione si comp? da s? per la paura dei Prolegati che li governavano, i quali non azzardarono di opporre la bench? minima resistenza, sebbene fossero ben forniti di forze; meno per? in Forl? e per tafferuglio ivi insorto soccomb? il degno patriota Ferdinando Rossi.

In Ravenna le cose erano ad un punto veramente vergognoso.

L'insurrezione doveva aver luogo nel mattino del 6 febbraro , e niun materiale era in pronto per effettuarla: non armi, non munizioni, tranne un piccolo deposito di cartuccie, fabbricate dai fratelli Morigi ramari; ma le coccarde a tre colori abbondavano da ogni parte, se ne confezionavano in tutte le case, specialmente in quella di Domenico Montanari in via del Vecchio Seminario. Visto il mal andamento, mi unii a var? amici, fra i quali mi fu di valido appoggio il pittore Angelo Ferrari, e ci recammo nella case dei particolari a raccoglier armi; ne mettemmo insieme diverse, ma non quante potevano bastare all'uopo. Molti si rifiutavano di accordarcele, o per timore di compromettersi in caso che la faccenda andasse a male o che si smarrissero. Il fatto sta che si raccolsero sulla piazza dei Tedeschi un drappello di 60 persone circa, di cui io feci l'appello e presi in nota; gente animata dalla pi? buona volont? del mondo, ma inesperta. ? vero che altri drappelli stavano nei borghi disposti all'azione, ma potevano essi superare un battaglione di soldati, ben armati e ben condotti? no di certo. La fortuna volle che il nostro Prolegato, seguendo l'esempio di quello di Bologna, ced? senza alcuna resistenza il governo ad una Commissione provvisoria , che prese in consegna tutte le armi e le munizioni della guarnigione, che fu sciolta ed ogni militare part? verso il proprio focolare. Eletto da Leonardo Orioli, uno dei capi del movimento, ufficiale di guardia alla residenza municipale colla responsabilit? di custodire le armi e le munizioni suddette, depositate nella seconda sala dell'indicato luogo, la mattina eressi pel primo la bandiera a tre colori sul balcone del palazzo municipale, ed Apollinare Santucci, che era ufficiale alla gran guardia, fece altrettanto su quello del palazzo governativo: dopo ci? io mi dimisi dalla carica datami, ben conoscendo che il militarismo non era fava per i miei denti.

All'annunzio della insurrezione del centro d'Italia il Papa rilasci? in libert? i detenuti politici: i rei confessi e le impunit? negli ultimi fatti presero il volo all'estero; gli altri ritornarono in patria. Fu allora che il professor Meli, protomedico e direttore dell'ospitale, mi espose che intendeva di recarsi all'incontro del conte Fabbri, che dalle carceri di Civita Castellana dirigevasi verso la propria casa, e che desiderava di avermi compagno insieme col custode Mariani. Accettammo ambedue l'invito, ed incontrammo il conte a Fano. Chi pu? descrivere il modo festevole con cui veniva egli accolto dagli abitanti dei luoghi in cui transitava? mi parvero tante ovazioni ad uso di quelle che i Romani porgevano ai loro Consoli di ritorno da una qualche conquista. Al suo arrivo tutte le campane suonavano a festa, sparavansi mortaletti, le giovani vestite di bianco su carri trionfali gli presentavano fiori, tutti i signori del paese correvano a complimentarlo fra gli applausi del popolo e lo favorivano di rinfreschi e di squisite refezioni. Da Fano a Cesena l'accoglienza diveniva sempre pi? solenne; solennissima fu poi a Cesena, suo paese nativo. Meritava egli tanti attestati di stima e di affetto? certo di s?. Uomo rispettabile per intelligenza, mentre erasi distinto con diverse opere letterarie rese pubbliche colle stampe, uomo irremovibile nei suoi princip?, n? le persecuzioni a cui la corte di Roma lo sottomise valsero rimuoverlo dai suoi propositi, modello insomma di virt? cittadine, era l'idolo delle Romagne: io lo lasciai a Cesena, con promessa che non mancherebbe di fare una visita a Ravenna che tanto affezionava. La Commissione provvisoria, subentrata nel posto del Prolegato pontificio per reggere la provincia, mi confer? l'impiego di commesso nell'ufficio di polizia, di cui si elesse direttore Gaspare Della Scala, franco muratore e giacobino nel 1797. Al Fabbri venne in seguito affidata la viceprefettura del proprio paese natio.

La mattina del 6 febbraio si affisse una stampa di un anonimo ravennate, con cui eccitava ogni rango di persone a sostenere la ricuperata libert? con ogni mezzo possibile, e prima cura dell'autorit? fu quella di porre in essere la Guardia nazionale. Il Prolegato stesso nella mattina del 7 confid? il comando della medesima per la provincia al conte Ruggero Gamba, che aveva gi? sette lustri addietro sostenuto degnamente altri simili incarichi. Egli dispose che i cittadini dai 18 ai 50 anni s'inscrivessero nei ruoli della suddetta Guardia; alla quale poi la Commissione governativa diede un regolare assetto. Poi con un energico ordine del giorno form? la colonna mobile, composta di soldati pontifici, arruolati fra gl'insorti, e di cittadini volontari, la quale doveva far parte del glorioso esercito destinato sotto la direzione del generale Sercognani a liberare Roma dalla schiavit? clericale. Gli ex militari pontifici dipendevano da Antonio Conti, ufficiale caro pel suo patriottismo, e i volontari da Giovanni Montanari, che aveva gi? cooperato alla presa di Comacchio, conosciuto di una fede politica irremovibile sino dal 1820. L'ordine del giorno del Gamba terminava con queste degne parole: <>

La prima operazione ebbe luogo nel 12; giorno in cui il forte e la piazza di San Leo vennero cedute dal cav. Bavari, maggiore delle truppe pontificie, al capitano del servizio nazionale Stelluti: il prodotto di questa resa, oltre l'acquisto di non pochi cannoni, di viveri e di munizioni da guerra, si fu la liberazione di 28 detenuti politici, in quel forte custoditi. Intanto Sercognani stringeva pi? da presso l'assedio d'Ancona, e alla fine il generale Suhtermann che lo comandava videsi ridotto a sottomettersi alle schiere degli insorti, e quasi solo se ne ritorn? a Roma .

La spedizione avanzava trionfante ovunque, e la presa di Roma non poteva mancare a chi la dirigeva, se non avesse consumato un tempo prezioso nella Sabina sotto le mura di Rieti, il cui possesso venivagli contrastato dal cardinale Ferretti, vescovo dell'indicata citt?; e l'averla nelle mani nulla giovava all'alta impresa cui tendeva. La corte di Roma sbigottita non sapeva a qual partito appigliarsi: il Papa emanava notificazioni di pace e perdono, il suo segretario Bernetti invece promoveva ovunque la guerra civile; per lo che il Sercognani pubblic? un severo ordine del giorno contro chi aderisse agl'inviti del Bernetti, e il non aver questi ricavato dai suoi eccitamenti alcun frutto era una prova chiara ed evidente che la popolazione romana favoriva la insurrezione ed aspettava ansiosa chi la sottraesse dal giogo che le pesava sul collo. Ma Sercognani titub? tanto che, le cose di Francia avendo cambiato d'andamento, videsi astretto alla ritirata, come vedremo in seguito. Ho sotto gli occhi una lettera di Pietro Fabbri, testimone oculare dei fatti di Rieti, come addetto alla spedizione, e poco concetto, anche in via militare, si concepisce di Sercognani. Un altro male ? qui da rimarcarsi, che durante la spedizione di Roma la parte dell'Italia insorta davasi troppo alle feste, a far pompa di poesie e di prose sull'avvenuto cambiamento politico. L'unica cura da assumersi era quella di acquistare armi e di organizzare battaglioni e di rinforzare la spedizione e di avere forti riserve per ogni imprevisto evento.

Intanto che Sercognani tentava d'impossessarsi di Rieti, in Bologna divenuta centro dell'amministrazione delle provincie dichiaravasi decaduta di diritto e di fatto il diritto temporale del papa, davasi un regolare assetto alle finanze, riformavasi la costituzione giudiziaria rendendola pi? conforme alle vere massime su tal oggetto ammesse, e creavasi un comitato di guerra, del quale era capo un vecchio militare, Grabinsky, uno straniero che non poteva essere animato dai sensi che occorrevano per dare un pieno esito all'incarico avuto. Infine si radunarono in Bologna i diversi rappresentanti delle citt? emancipatesi dal Governo pontificio, e in una solenne assemblea, in cui si stanzi? che le Provincie costituissero un sol corpo dipendente da un sol centro e che le potest? legislativa, giudiziale ed esecutiva fossero tra loro distinte; si elesse quindi un consiglio di ministri, del quale venne accordata la presidenza all'avvocato Giovanni Vicini, e si nominarono i diversi prefetti delle Provincie, non che i sottoprefetti delle citt? subalterne: a Ravenna fu assegnato Tommaso Fracassi Poggi di Cesena, uomo di capacit? e di rettitudine. Un'altra provvida misura prese il nuovo Governo, e si fu quella di scartare dal movimento i fratelli di Bonaparte, figli di Luigi ex re d'Olanda, sul timore che Luigi Filippo potesse supporre che essi volessero profittare della rivoluzione d'Italia per farsi un punto d'appoggio nelle loro pretese sul trono di Francia.

Ma le cose in Francia piegavano male. Al ministro Lafayette, che sosteneva con vigore la causa italiana, successe Casimiro Perier, che avversava il principio del non intervento; e quando il principe di Metternich, anima del gabinetto austriaco ed arbitro della volont? dell'imperatore Francesco, espresse <>, per tutto ci? Luigi Filippo, che nella pace e nel pieno accordo coi sovrani d'Europa riponeva la sicurezza del trono conseguito, annu? alle mire dell'Austria, e il principio da lui proclamato, unica base del nuovo sistema d'Italia disparve in breve: mentre nel 5 marzo tre colonne di truppe austriache invasero il ducato di Modena, riconducendovi il duca che sfog? l'ira sua contro i prigionieri che aveva in custodia, condannandone a morte, fra i quali Menotti, e alla galera. Solamente per maggior inganno l'ambasciatore francese emise una protesta contro tale invasione per calmare l'impeto furioso che aveva commosso tutta Italia. Da Modena gli Austriaci si avanzarono in Bologna, ove la somma delle cose pubbliche fu posta nelle mani dell'arcivescovo Oppizzoni, e il comando delle truppe nazionali fu conferito al generale Zucchi, che pose alcuni posti di osservazione lungo il Po di Primaro, invi? a Ravenna il generale Ollini con duemila uomini, e il generale Grabinsky si acquartier? in Forl?. Ma quando il Governo insurrezionale seppe che il nemico accerchiava i paesi insorti tanto dalla parte di Bologna che di Ferrara, risolse di ritrarsi e chiudersi in Ancona, e il generale Zucchi a cui fu deferito il comando militare rannod? le sue falangi in Rimini.

Gli Austriaci in numero di cinque mila con cavalleria e cannoni, diretti dal generale Mengen, avanzarono, secondo gli ordini del generale Geppert comandante in capo della spedizione, sino a Rimini; ivi l'avanguardia degli insorti numerosa di 1500 uomini, in parte soldati di linea e in parte volontari ravennati capitanati da Apollinare Santucci, fece fronte al nemico con un coraggio ammirabile tanto che dov? esso per due volte retrocedere. ? qui da rimarcarsi che i soldati pontifici condotti in Ravenna da Invernizzi e che entrarono nel rango degli insorti, si batterono come leoni, e il loro capitano Carlo Armari cadde prigioniero di guerra. Sopragiunse poscia tutto l'esercito austriaco e si rinnov? la pugna con maggiore accanimento per quattro ore circa; poi non potendo il corpo degli insorti sostenere pi? oltre il cozzo del nemico, tanto sproporzionato, si ritir? verso Ancona. Gli Austriaci contarono morti e feriti, fra i quali il duca di Lichtenstein; niun italiano di nome e di vaglia per? fra gli Italiani, ma Ravenna ebbe a deplorare la perdita di due de' suoi cittadini, un certo Baccarini e Domenico Zotti che aveva lasciato da poco tempo le vesti da chierico per correre alla difesa della patria.

Prima della loro partenza i membri del depresso Governo rivoluzionario avevano conchiuso col Legato Benvenuti, scarcerato alcuni giorni prima, una formale capitolazione, colla quale nel giorno 26 si stabiliva che niuno sarebbe stato molestato pei trascorsi fatti, che agli esteri concedevasi piena facolt? di uscire dallo Stato, che gl'impiegati in paga sino dal 4 febbraro, epoca in cui s'inizi? la rivoluzione, non soffrirebbero alcun danno nei loro diritti e che i militari rimettendo la coccarda pontificia continuerebbero il loro servizio. Fra i membri del Governo provvisorio decaduto il solo Mamiani ricus? di approvare questa capitolazione, e non venne corredata dalla sua firma. Rimessa la capitolazione alla sanzione del Sovrano, egli la disapprov? interamente con editto del 5 aprile, perch? lasciava <>, dichiarava il Papa in quell'atto stesso, <> e <>, l'aiuto austriaco; e con successivo editto di Bernetti furono <>. Quindi il Governo trovandosi senza truppa propria cred? utile di instituire la Guardia civica, e con notificazione 30 marzo del conte Carlo Arrigoni, capo o gonfaloniere del municipio ravennate, si fece conoscere che per ordine superiore era soppressa la Guardia nazionale, a cui veniva sostituita una Guardia civica sino a che il Governo fosse in grado di fornire la citt? di una guarnigione, necessaria al mantenimento del buon ordine, e in pari tempo esponeva che il comando della medesima era affidato al signor conte Gabriele Rasponi, coadiuvato dagli aiutanti Battista Santucci e Nicola Dall'Agata. Poco tempo dopo io fui aggiunto ai medesimi in qualit? di segretario del Colonnello. Con altro avviso del cav. Federico Rasponi, elevato alla dignit? di Delegato pontificio, s'inculc? ad ogni cittadino dai 20 ai 50 anni l'adempimento dei doveri che questa instituzione prescriveva.

Intanto che procuravasi di dare un regolare assetto al presidio civico e che impedivasi nel miglior modo possibile il conflitto dei partiti per le passioni ancor vive mosse dai passati eventi, il Governo pontificio raccoglieva in Rimini dagli ergastoli e da ogni altro luogo di pena il personale dell'esercito che intendeva di regalare alle Romagne per tenerle in soggezione, affidandone il comando al colonnello Bentivoglio. Il malanimo che sorse da tal procedere ? indescrivibile, e sin da principio si risolse d'opporsi anche colle armi all'invasione di tanta canaglia. Ma, come al solito, si cianciava molto e si agiva poco. Oltre di ci? una piaga corrodeva sempre il corpo della civica ed era quella della sostituzione, cio? la facolt? data ai militari di farsi sostituire nel servizio che gli spettava dal primo mascalzone che gli si presentava; cosicch? il peso del servizio era a carico di chi non aveva mezzi, e la civica diveniva un corpo di mercenari i pi? abbietti. Pi? volte potei io stesso verificare che sopra venti militi di guardia alla piazza due terzi erano di sostituzione e che accorrevano con zelo a solo fine di guadagnarsi un tozzo di pane pel giorno prossimo. Dei regolamenti non si manc? di farne. Il gonfaloniere Giovanni Lovatelli eman? quello che dal Prolegato Arrigoni gli fu trasmesso nel luglio, al quale fecero seguito le necessarie norme disciplinari. Ma tutto con poco buon esito, perch? mancava quell'entusiasmo che ? il solo idoneo ad avvivare una instituzione. A ci? si aggiungano le dissensioni che insorsero per la proposta fatta ai civici di adottare la coccarda pontificia. Chi pu? enumerare le adunanze che si tennero nei diversi capi di provincia per tale insulso soggetto? Chi pu? notare le proteste, gli indirizzi che si pubblicavano in proposito, ed i reclami contro l'introduzione in Romagna delle truppe papaline che si organizzavano a Rimini? Le stampe per siffatta materia piovevano gi? dirottamente. Ma il Bentivoglio non isconcertavasi punto, ed aveva gi? razzolato nelle galere un buon numero di commilitoni.

Ben conoscendosi dalle autorit? l'irregolare andamento della civica, si prescrisse la presentazione dei documenti comprovanti i titoli che esimevano dal servizio, lasciando per? in essere la tassa di sostituzione, e si costitu? una commissione di riforma, la quale valse a riparare molti difetti. Inoltre, trovandosi insufficiente al servizio di polizia e dei tribunali la forza civica, si form? una compagnia speciale di militi della provincia. Ma non tenevasi di mira l'oggetto principale, quello di approfittare del beneficio di avere le armi per tentare di conseguire quello che veniva ricusato, savie riforme che corrispondessero ai bisogni dei popoli; e per riuscire nell'intento conveniva organizzare una Guardia mobile composta di tutti quei giovani che erano animati da veri sentimenti liberali, dar loro per capi degli uomini rivoluzionari, non degli aristocratici paurosi ed inetti, ravvivare il loro spirito, non con ridicole riviste, ma coi mezzi che il patriotismo inspira, e armarli di tutto punto. Con tante colonne mobili militari disposte all'azione quanti sono i paesi di Romagna, la corte di Roma non avrebbe pensato ad ingannarla una seconda volta con editti pomposi, n? osato di prometterle con essi un'?ra novella. I reclami e le proteste avanzate contro le disposizioni emanate da Roma col falso titolo di benefiche riforme civili furono innumerevoli, ma se invece di scritti si fosse ricorso alle armi l'affare avrebbe presto cambiato d'aspetto. Una stampa pubblicata in tale incontro diceva: <>.

Molti male intenzionati ravennati, approfittando di tali convulsioni, progettarono di assalire la Guardia e l'ufficio civico, di disarmarla e di rendersi arbitri della forza cittadina; con quale scopo, l'ignoro. In assenza del conte Francesco Rasponi, sostituito al conte Gabriele Rasponi nel comando civico, la reggeva il capobattaglione conte Francesco Lovatelli, quando si tent? di eseguire l'assalto. Ma la di lui avvedutezza ed energia, secondato da vari ufficiali civici, fecero mancare il perverso progetto, e gli assalitori furono presi e carcerati. Dal nome del loro capo Gaetano Tarroni, uomo di niun conto e cuoco avventuriere, ebbero i sediziosi il nome di Tarroniani. Essi meditavano il colpo nella locanda dei Tre ferri, e da questo luogo traversando la piazzetta dei Tedeschi dovevano penetrare inosservati nel palazzo governativo, e mentre che una parte degli assalitori disarmava la sentinella e impadronivasi del quartiere, l'altra doveva salire le scale, invadere l'ufficio, posto al primo piano del suddetto palazzo, ed installarsi in esso; ma, come dissi, il progetto and? fallito, perch? gi? si stava pronti a respingere l'attacco di cui si era avuto contezza. Io mi ricordo che nell'incontrar gli assalitori nel punto che entravano nella Tesoreria, pel portone che ? presso la posta delle lettere, sentii una voce che disse: <>: era questo il nome che attribuivasi agli ufficiali della civica. ? pure da notarsi che nell'ora dell'assalto la sentinella spettava all'uomo il pi? pacifico che fosse in Ravenna, a Prospero Di Rosa, che con sorpresa di ognuno seppe opporre una energica resistenza a chi lo voleva disarmare n? riusc? nell'intento. Il Lovatelli pubblic? tosto un ordine del giorno di lode ai civici, che sventarono la congiura dei malevoli, e ai gendarmi, che concorsero al mantenimento della tranquillit? pubblica. Il Consiglio di disciplina prese ad esame il fatto del Tarroniani ed espose colle stampe l'opinamento da esso emesso, in cui si dichiarava che <>, e si proponeva di agire in senso <> Si ritenne che l'attentato dei Tarroniani fosse un maneggio dei preti colla mira di far insorgere il loro partito e di agevolare l'ingresso dei papalini nella Romagna, attentato gi? operato in Bologna e in Forl? in relazione al brigantaggio armato che era nei v?ti del Governo.

Continuando l'agitazione avvivata dal rifiuto di concedere le reclamate instituzioni e di sciogliere il corpo dei papalini raccolto a Rimini, si tenne un congresso a Bologna di personaggi autorevoli ed influenti delle provincie romagnole, ed ivi Ravenna fu rappresentata dal conte Desiderio Pasolini e dall'avvocato Girolamo Rasi. In esso si risolse d'instare presso il Sovrano che sospendesse l'editto del 5 luglio, che vietasse l'inoltro dei papalini in Romagna e che si curasse il completo armamento della Guardia civica. Ma i deputati spediti a tal uomo a Roma niun profitto trassero dalla loro missione; onde crescendo il malanimo tanto da temere un secondo sconvolgimento, il papa tratt? di nuovo coll'Austria per un intervento, che l'ebbe senza contratto. Lord Seymour, incaricato inglese che non assent? alla volont? del papa, si ritir? da Roma , inviando una nota agli altri ministri diplomatici, la quale giustificava pienamente il suo rifiuto.

Risoluto il papa di togliere dalle Romagne ogni ulteriore contrasto e di ridurle ad una cieca obbedienza, confer? al cardinale Albani la direzione ed il comando del suo esercito, non che la dignit? di Commissario straordinario sui paesi che doveva invadere coll'aiuto delle truppe austriache. L'ingresso dell'Albani e dei suoi militari venne annunziato dal cardinale Bernetti e da lui stesso con pomposi manifesti, sempre compilati con quel gesuitismo proprio del padrone che ambedue servivano.

I Romagnoli, alieni da urti micidiali contrari a quei sensi di amor fraterno che devono sussistere tra le persone dello stesso Stato, diressero alle truppe pontificie espressioni di concordia, onde non venissero con essi alle mani e si evitasse una guerra civile, tanto disonorevole a popoli lanciati nella via del progresso. Ma non avendo avuto le loro esortazioni alcun buon risultato, come attendevano, corsero essi pure alle armi, ma in poco numero; mentre in gran parte, spaventati dall'intervento austriaco, si rattennero dal soccorrere la nobile impresa. Lo scontro ebbe luogo sul monte di Cesena, ove sorge il monastero di San Benedetto: la zuffa fu accanita, ma breve; i Romagnoli superati dal numero dei papalini dovettero retrocedere e disperdersi . Le gesta dei vincitori furono quali si convenivano a gente da galera, rei di ogni sorta di delitti. Senza aver riguardo alla qualit? delle persone, dei luoghi e delle cose, manomisero chiese, private abitazioni, e commisero omicidi i pi? bestiali. Nel palazzo Guidi di Cesena vi uccisero domestici, marito e moglie. Nel sotterraneo della cappella della chiesa del Monte trovarono un certo Viviani, che tenevasi astretto a una croce, come ad egida sicura: fu trafitto da parte a parte. In Forl? commisero , eccessi inauditi, pi? perversi di quelli che commisero i barbari del medioevo; ivi molti caddero morti, moltissimi feriti, e l'eccelso cardine della chiesa, l'uomo di pace e di misericordia, entr? trionfante in Forl?, bagnata del sangue di tanti innocenti cittadini, ed ebbe l'impudenza di darsi il nome di pacificatore e benefattore delle Romagne. In Ravenna pure la banda del colonnello Zamboni si pose a percorrere di sera le strade offendendo in chi si abbattevano; essi stessi uccisero il loro capitano Bernardini, che tentava di ricondurli alla caserma, e nelle loro selvagge scorrerie rimase morto un onesto operaio di nome Antonelli, che dalla propria casa recavasi al forno ove lavorava. Ma Ravenna si scosse, chiam? in citt? le guardie civiche che erano ai cordoni sanitari, e i Zamboniani si rinchiusero in caserma e di notte avanzata se la svignarono di nascosto. Nel giorno seguente giunsero gli Austriaci, i quali furono accolti come liberatori dopo gli eccessi usati dai papalini. Se invece di conferenze, di proteste e d'indirizzi, torno a ripetere, si fosse messo insieme un buon corpo di civici, ben armato e disposto all'azione, sarebbe tutto ci? avvenuto? no, di certo.

Al suo arrivo in Bologna il cardinale Albani sciolse la Guardia civica ed ordin? la consegna di ogni sorta d'armi, e, presi per consiglieri un Canosa, direttore della polizia dello Stato modenese, ed un Marschall, colonnello austriaco, proscrisse con un bando severo le societ? segrete, impose un prestito forzato di 200 mila scudi, cre? ad arbitrio magistrature e consigli comunali ed eman? altre disposizioni tiranniche; onde molti esularono.

Il conte Francesco Rasponi nel ritirarsi dal comando civico, in seguito delle disposizioni di Albani, eman? un ordine del giorno, con cui lodava il lodevole contegno tenuto in ogni incontro dai militi da lui dipendenti ed esprimeva loro la gratitudine del paese, e finiva col dire che non avrebbe omesso di essere giovevole alla patria. Egli era aristocratico e prepotente, vizi originari della sua famiglia, ma seppe al bisogno rendersi popolare ed ebbe sempre la cautela di non adottare alcuna risoluzione senza prima consultare il parere della civica, e ci? affinch? la responsabilit? non piombasse intera sopra le di lui spalle. Anche il Prolegato Carlo Arrigoni diresse ad ogni civico i pi? vivi ringraziamenti per gli utili servizi prestati alla patria.

La Francia intanto per controbilanciare l'influenza degli Austriaci nelle Romagne, i quali si erano resi alquanto benevisi dopo le enormit? usate dai papalini e si tenevano in buono accordo coi cittadini, forse colla mira di aggiungerle ai domin? lombardi, ordin? una spedizione in Ancona. Esultarono i Romagnoli, divenuti gi? immemori dell'inganno del non intervento, e non pensarono che l'occupazione d'Ancona era diretta a consolidare maggiormente l'autorit? pontificia. La spedizione constava di 1800 uomini, comandati dal generale Cubi?res, il quale per via di terra erasi trasferito a Roma, onde prendere col pontefice gli opportuni accordi in proposito. Ma la squadra arriv? al suo destino prima che Cubi?res vi entrasse. Ci? non imped? che il capitano Combes non penetrasse in Ancona e non invitasse il comandante della fortezza a concedergliene l'ingresso. N? il Lazzarini n? il Prolegato Fabrizi avevano istruzioni in proposito, non poterono annuire all'invito di Combes. Ma il colonnello Ruspoli, comandante delle milizie ivi stanziate, si arrese ed ammise i Francesi nella cittadella, che presero nelle mani le redini del Governo .

Il papa all'annunzio della presa di Ancona si risent? dell'aggressione dannosa agli interessi del suo Stato, protest? contro l'adoperata violazione del suo territorio, inst? perch? i Francesi lasciassero liberi i luoghi da essi occupati. Ma tutto ci? non valse a rimuoverli dal loro assunto, e si davano cura di far credere che erano venuti in Italia per liberarla dal giogo che le pesava sul collo. Si dischiusero le carceri a detenuti politici; patriottici canti in ogni lato; gli animi si concitarono non solo in Ancona, ma bens? nelle Romagne. Chi non si stimava sicuro nel proprio paese annidavasi in Ancona, ed era ben accolto ed ammesso in una legione instituita pel buon ordine del paese, il cui comando venne affidato a Nicola Ricciotti. Ma venuto Cubi?res in Ancona, il vero oggetto della spedizione si appales? alla mente anche dei pi? illusi. Viet? i canti e le riunioni nelle vie ; chi non era di Ancona dov? partire; molti ivi rifugiati furono tratti in Corsica ed arruolati nella legione straniera; e rimandati in Francia Combes e Gallois che avevano suscitato lo spirito di libert?. Intanto dal canto suo il conte di St. Aulaire assicurava Bernetti che il Governo francese professava una <> alla Santa Sede e che <> erano sempre gli stessi: la conservazione dell'autorit? temporale del papa, dell'integrit? e della indipendenza de' suoi Stati>>; e quindi il papa ader? di buon cuore alla dimora dei Francesi in Ancona, che fu regolata con determinate condizioni. Dopo tutto ci? accrebbero le ire contro i Francesi e contro il Governo papale. Si tent? di uccidere un certo Origo, colonnello dei gendarmi; si uccisero soldati francesi e soldati del papa; trafitto da vari colpi, cadde morto il gonfaloniere Bosdari: spavento generale. Energiche misure adott? Cubi?res: due rei dei fatti avvenuti furono fucilati, altri condannati alle galere; e nello stesso tempo il Pontefice lanciava la scomunica contro coloro che congiuravano a danno della sua autorit?.

Malgrado l'appoggio dei Centurioni, il papa non si tenne sicuro a frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiam? due al suo servizio. Aiutato dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il Governo sciolse i consigli comunali e li form? di uomini abbietti, priv? di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati sostitu? i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto n? del loro sapere, n? delle loro qualit?; le universit? chiuse e gli studenti che parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai benevisi al Governo: e tutto ci? per estinguere l'influsso liberale.

L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16 dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica, Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del paese; n? poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi, scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermo di malattia di petto contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe altra destinazione che non saprei indicare.

Per me, che avevo gi? sofferto tre anni di carcere, essa non mi sconcert? punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perch? non aderiva di lasciargli aperta la porta: <>. In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse dinanzi al commissario di polizia, il quale cos? alla buona senza tanti complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intim? <>. I miei compagni, gi? stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un beneficio: il Ghiselli diede per? una famosa lavata di testa al commissario, che se la sorb? senza proferir parola; ed io gli dissi che l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei procedimenti che la legge prescriveva; e che quindi rigettava l'invito del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinch? ritirassi il rifiuto emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: <>; ci? che feci, e pochi giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana .

Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins ove esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra risorsa che il sussidio del Governo, era trista: prelevato l'affitto, l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a che l'ora del pasto stava per suonare.

Capit? nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il quale inve? oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che gi? in Marsiglia lo espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura. Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone, accusate indegnamente di complicit? nell'attentato di Rivarola; ed i miei schiarimenti valsero a giustificarlo.

La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi, di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati erano introdotti, ed i lamenti degli esclusi giovarono alla polizia per iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna.

Intanto il deposito di Auray diminuivasi ogni giorno per trasferimenti accordati a chi li chiedeva. Tra i traslocati annoveravasi il corrispondente di Mazzini, che lasci? a me le funzioni che gli spettavano, e le assunsi col nome di Pietro Borna. Era il momento della spedizione di Savoia e Mazzini instava che col? si corresse. Ma con quali mezzi sostenere la spese di un s? lungo viaggio? Come intraprenderlo senza passaporto? Io pur domandai di essere inviato nel centro della Francia, e mi scelsero per luogo di dimora Dijon, magnifica citt?, antica sede dei duchi di Borgogna, e dove gi? esisteva un altro deposito di Piemontesi e Modanesi. Io aveva in animo di lasciar da parte Dijon, e di accostarmi alla Savoia, ma seppi in cammino che la spedizione era andata a male; quindi avanzai il passo al paese destinatomi, in cui dimorai var? anni . Poi ebbi lettera da Antonio Spada, che dalla Svizzera si stabil? nel Belgio, offrendomi un buon impiego nella tipografia Haumann, per correggere opere latine ed italiane; onde rinunciai al soccorso di Francia e andai a Bruxelles.

Sempre fornito di pochi mezzi, pagai l'importo della diligenza sino a Bruxelles e la borsa rimase affatto in secco. <>: cos? dicevo ritenendo che in viaggio non avrei incontrato alcuno ostacolo. Ma giunto a Qui?vrain sulla frontiera del Belgio , appena resi ostensibile a quel Commissario il mio passaporto mi disse che non poteva pi? inoltrarmi, mentre un ordine espresso del Ministero vietava l'ingresso ai rifugiati politici. Invano gli feci conoscere che il Ministro dell'interno signor Lebeau era consapevole della mia andata nel Belgio; ma il Commissario non poteva n? doveva mancare agli ordini avuti: egli mi permise di scrivere al Ministro e s'incaric? egli stesso di fargli pervenire la mia domanda. Scrissi in pari tempo a Spada, e lasciato il mio bauletto nella camera del Commissario, che apparve oltremodo cortese, col mio mantello sul braccio sinistro, coll'ombrello m'avviai fuori del paese. A 30 passi di distanza mi posi a sedere sull'orlo d'un fosso pensando ai casi miei: <>; e via con passo moderato per non stancarmi presto. Giunsi la sera a Valenciennes: non ne poteva pi?, e mi ficcai dentro alla prima osteria che mi si present? davanti agli occhi; cenai alla meglio e me ne andai a letto. La mattina lasciai alla padrona dell'osteria il mio tabarro, l'ombrello, quasi a garanzia del debito contratto la sera antecedente, e le chiesi se in paese si trovava nessun emigrato italiano. Mi disse di s?, ma non seppe indicarmi il suo indirizzo, quindi mi fu d'uopo di recarmi in polizia, ove ebbi le necessarie informazioni. L'italiano era un Piani di Faenza che mi accolse, sebben non mi conoscesse che di nome, con una cortesia non comune; e al racconto di quanto m'era avvenuto, aperse un cassetto del suo scrittoio contenente varie monete con facolt? di servirmene. <> e mi tenne in sua casa come un fratello. La risposta non tard? molto a venire, e col permesso di seguire il mio viaggio si aggiunsero denari.

Vedendo che la promessa dell'impiego non sortiva alcun effetto e non avendo pi? alcuna risorsa, mi portai a Namur ove dimorava Spada, o per meglio dire, dove signoreggiava Spada. Provvisto del sussidio assegnato agli emigrati, eletto professore di lingua italiana nell'Ateneo con un buon onorario, amico delle precipue famiglie, ben visto e festeggiato dovunque, conduceva una vita da principe; ed io, che conosceva gli scarsi, anzi scarsissimi meriti di Spada, non sapeva rendermi di ci? ragione. Io credo che una causa di questo benessere emergesse dalla sua abilit? nel cantare: veniva a tal fine invitato in tutte le conversazioni ed anche nelle accademie. Ma non seppe provvedere ai miei bisogni e mi consigli? di stabilirmi a Mons, ricco paese dell'Hainaut, dove non esisteva alcun italiano e poteva darsi lezioni con profitto . Infatti, colle lettere che seppi procurarmi, posi insieme vari scolari, tutti appartenenti alle precipue famiglie del paese; ma mi accorgeva bene che prendevano lezioni non per imparare l'italiano, ma per sovvenire ai miei bisogni.

--Che ve ne pare di quell'arma?

--Bellissima.

--? l'arma prediletta degli Italiani.

--Esagerazioni. Si crede che ne facciano un uso sacrilego, ma s'adopera di certo meno degli altri paesi d'Europa, o almeno, confrontando le statistiche, l'Italia conta minori delitti degli altri popoli, e se avesse un sistema politico quale ha il Belgio, sarebbe un modello di saviezza.--E le rapportai diversi fatti che dov? persuadersi di quanto asseriva.

Un altro giorno mi porse un piccolo forziere, onde ponessi in assetto le carte in esso rinchiuse, e nell'esaurire il mio incarico rinvenni un rotolo di guillaume di oro, che equivalgono, credo, 21 franchi, che io consegnai subito. Tutto ci? faceva per mettermi alla prova: col pugnale volle vedere quali sentimenti io spiegava; coi danari sperimentare la mia probit?. Prima di lasciare il Belgio volle che rimanessi alcune settimane nel suo casino di campagna, deliziosissimo luogo, a cui era annesso un vasto bosco in cui potevasi esercitare ogni sorta di caccia, e mi preg? di sceglierla per mia dimora, onde tener compagnia al di lei vecchio padre, colpito di apoplessia. Ma il timore che si potesse supporre che io accettassi per non essere rifuggito politico e non compreso nell'amnistia, mi indusse a rinunziare l'offerta.

Di un altro scolare mi conviene far menzione, del principe de Merode, capitano nelle truppe belghe e decorato della croce della legione e di quella di Leopoldo. Io avr? occasione di parlare di lui in seguito.

Tutti i miei scolari mi usarono atti di benevolenza superiori al mio merito, tra i quali il figlio del generale Duvivier e....., il quale quasi ogni domenica mi veniva a prendere in carrozza per condurmi a pranzo nella sua villeggiatura.

Malgrado ci? i prodotti erano insufficienti a reggermi, e il generale Chazal mi offerse di entrare in sua casa come precettore dei suoi figli, lasciandomi libero il tempo di continuare le mie lezioni: tavola, alloggio, servizio, ecco i benefici che poteva trarre, e non eran pochi; lo stipendio si riduceva a tenue cosa. Chazal, originario francese, prima della rivoluzione del Belgio s'industriava in case di commercio, come loro commesso viaggiatore: uomo di coraggio e d'intelligenza, seppe nei primi momenti della riscossa impadronirsi di Mons, e per questa sua impresa ebbe subito il grado di colonnello: in seguito, perfezionandosi cogli studi nell'arte militare a cui si era consacrato, pervenne ed essere generale e ministro della guerra. Era un buonissimo uomo, affabile, eccellente padre ed amoroso marito; ma io aveva di lui una soggezione che non seppi mai superare, perch? io scorgeva che non lo appagava nel metodo di istruire i suoi figli: egli affacciava certi sistemi per me affatto nuovi e che sarebbe stato necessario che io stesso li avessi studiati. Lo Spada, amico di Chazal e che poteva giovarmi, non esisteva pi?. In che stima ed affetto fosse lo Spada si desume dai funerali che alla sua morte gli vennero fatti, degni solamente di un personaggio di alto rango e di eccelso talento. La somma spesa per tale oggetto fu a carico del paese, e quando si pose in vendita quanto gli apparteneva, una gara ardente sorse tra gli acquirenti, perch? tutti volevano una memoria del defunto, e il prodotto della vendita fu il quadruplo di quello che costava; il quale venne spedito in Ravenna al di lui fratello Attilio, il quale nel ricevere il danaro speditogli gridava: <> La iscrizione funebre che esiste nel camposanto di Namur mostra in qual conto tenevasi.

Io aveva in animo d'instruirmi prima di partire nell'andamento dell'amministrazione ferroviaria, s? bene regolata nel Belgio, ma mi accorsi che ci? non si poteva ottenere in breve tempo, n? i fondi erano sufficienti all'intento: quindi rinunziai al mio progetto. Da Bruxelles mi recai a Parigi, ove rimasi alcuni giorni; da Parigi a Marsiglia, da Marsiglia per la via di mare a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma .

Io credeva che a Roma esistessero Comitati per soccorrere i poveri rifuggiti che rimpatriavano; ma di niente di ci?, n? trovai chi mi offrisse un centesimo. Fui raccomandato ad Angelo Bezzi, mio concittadino che lavorava da scultore in Roma, esimio nell'arte, ma uomo spensierato, eccentrico e affatto privo di mezzi. Si cred? che, essendo amicissimo di Ciceruacchio, potesse essere di un gran sostegno; ma se ritraeva da lui benefici, bisognava che li erogasse per la sua famiglia: egli servivasi dell'influenza acquistata col mezzo di Ciceruacchio per usare prepotenze, tanto che una sera fu assalito da un turbine di sassi e fu sul punto di essere un secondo santo Stefano.

Io mi diressi ad un altro mio concittadino, uomo di proposito, Attilio Bonaf?, impiegato nel ministero dei lavori pubblici, allora diretto dal cardinale Massimo, che io chiamava Minimo per la sua piccola statura, e potei avere un impieguccio di dieci scudi al mese, avendomi installato nel detto ministero nella qualit? d'indicista.

Il cardinale disponevasi di dare un migliore avviamento al suo dicastero, ed ero sicuro di crescere di grado; ma, colpito tutto ad un tratto da un'apoplessia, cess? di vivere senza avere iniziato il suo divisamento. A Massimo successe Minghetti , ma la mia presenza fu di breve durata, mentre avendo chiesto un permesso per recarmi al mio paese natio, non ritornai pi? a Roma.

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